LE FORMICHE MUOIONO

 

Un giorno, mio nonno mi disse che durante i bombardamenti sentiva morire le formiche. Con tutta l’ingenuità di un bambino di cinque anni appena compiuti rimasi a guardarlo sbigottito: le formiche, quegli esserini neri e scontrosi che io catturavo col dito umido ed ingoiavo avidamente, lui le sentiva morire.

Perché, le formiche muoiono?

‘Muoiono le formiche?’ mi sono chiesto ieri sera mentre affondavo il viso nel fango del terrapieno. Ho gridato: ‘muoiono!’. La bocca mi si è riempita di terra. ‘Muoiono’: il suono è rimasto prigioniero nella parete.

Sì, muoiono.

E’ che io le ho sentite.

Alexander era steso a terra in un lago di sangue, Margritt gridava mentre l’obiettivo da tre milioni andava in frantumi, i due soldati che ci accompagnavano gridavano anche loro disperatamente, poi c’erano le mitragliatrici, l’odore assordante della polvere da sparo, lo sciacquio degli anfibi sulla terra bagnata, il rumore metallico dei fucili e… la mia vita appesa a un filo!

Alexander è morto.

La persona che amo è morta.

Premo il viso conto la parete. Cerco con tutti i mezzi di soffocare il grido lancinante che mi squilla nella testa.

Io sto per morire. Penso ai colleghi del giornale. Se ne è valsa la pena. Alexander è morto. Che ci faccio io in mezzo ad una guerra che non mi riguarda?

Non resisto. Grido.

Ho scherzato, è stato un errore di valutazione, lasciatemi tornare a casa…

Di chi è questa guerra?

Un mucchio di terra mi frana addosso. Alexander è completamente sepolto. Non può respirare. E’ morto. Io aspetto la mia pallottola. Non ne posso più. Voglio che finisca presto. Ecco: qui, devono colpirmi proprio qui, in mezzo agli occhi, sull’arco del naso, non voglio sentire l’odore del mio corpo in decomposizione…

Stavamo per comprarci casa Alexander ed io. Lui era a dir poco entusiasta. Avevamo già dato l’anticipo: una casa grande con un giardino per i nostri animali, una casa da sogno, un sogno che rimarrà tale…

Non vedo più nulla, un rivolo gelido di terra e fango mi scende sul viso, gli occhi mi bruciano.

Margritt è spacciata: sento il rantolo di un essere alla fine. Non doveva venire. Lei poteva farne a meno. Aveva il suo studio, le sue foto…

Se non altro, ci faranno un funerale coi fiocchi. Le nostre bare perfettamente allineate avanzeranno avvolte nel tricolore in una chiesa gremita di gente e ci sarà il presidente della repubblica, la televisione… E così che si usa, no? Diventeremo eroi nazionali. Eroi… Eroi morti nel fango! Imbecilli irresponsabili e niente altro!

Fatico a respirare. Cerco invano di sputare un po’ di terra.

Ma Alexander che c’entra? Lui è americano. Sono io che l’ho fatto venire.

Quando l’ho visto per la prima volta a S. Francisco, ho trovato subito insopportabile quel suo modo di fare bambinesco. Ingenuo e sciocco come un sedicenne. Ma mi pareva così bello con quella sua macchina sempre appesa al collo. Una volta l’ho sorpreso a fotografarsi la nuca. Diceva che era il suo pezzo forte.

Alexander è morto. So che è soltanto la paura della morte che mi impedisce di disperarmi. Alexander è morto.

Al diavolo! Non m’importa nulla di morire. Voglio morire anch’io. Subito! Qui, colpite qui! 

Cerco di staccarmi dalla parete, sono ferito.

La casa, il giardino, il matrivonio civile, tutto svanito. Voglio uscire fuori. Voglio che mi vedano. Alexander, dieci anni insieme, due vite unite assieme, una morte… Devo morire, prima che sia troppo tardi. Se ho il tempo di riflettere, finisce che trovo un motivo valido per rimanere. Sopravvivere? Non se ne parla. Sparate allora!

Non riesco a staccarmi dalla parete. Le gambe sono completamente paralizzate dal freddo. A malapena riesco a muovere l’estremità delle dita della mano sinistra. Il corpo ignora completamente le sciocchezze che mi passano per la testa. E’ lui che decide. Ma non riuscirà a farmela. Da questa trappola non usciremo vivi.

Vorrei aiutare Margritt se è ancora viva. Che cosa dirà la signora Whitby quando un console idiota le comunicherà la notizia: “signora, devo darle un triste annuncio, deve sapere che suo figlio è un eroe…”

Ma lei capirà tutto prima che l’ambasciatore apra bocca. E’ una donna intelligente. E’ stata con noi l’anno scorso, un mese in casa nostra. Sono rimasto sorpreso. Mai un allusione, un rimprovero velato, un giudizio, niente. E’ una donna senza pegiudizi. Ce ne sono poche di donne così, della sua età poi…

Se Alexander è vivo, giuro che ci trasferiamo tutti in Svezia, in una grande casa piena di neve…

Mi manca l’aria e la ferita al petto comincia a farmi male. Credo che presto smetterò di essere cosciente. Morirò soffocato. Dicono che poco prima della fine, nell’arco di pochi secondi, si riattraversi tutta la sua vita, come se i ricordi filmati ci scorressero davanti a velocità supersonica. Io negli occhi non vedo altro che una lastra nera come la pece. La mia mente è completamente vuota. I pochi pensieri sensati se li porta via l’eco degli spari.

E’ tutto buio.

Non ho neppure la forza di protestare. Maledire. Chi dovrei maledire? Questa gente detesta la guerra quanto me, nessuno la vuole. Eppure…

No, non lo so come nasce una guerra. E’ difficile convincersi che siano gli uomini a cercarla… Prima di venire qui ero incredulo. Mi dicevo: ma esiste davvero la guerra? E’ possibile che da qualche parte nel mondo le persone abbiano il diritto di uccidersi a vicenda. Ci deve pur essere uno straccio di senso morale che impedisca la legalizzazione dell’omicidio… Niente, niente… Se non lo vedi con i tuoi occhi, non ci credi. Finché non non ti prendi una pallottola in petto e non vedi morire il tuo migliore amico puoi pensare quello che ti pare. Ma dopo, è difficile credere ancora che gli uomini siano dei bonaccioni…

Quando sai di essere spacciato ti rendi conto di tutta l’assurdità. Capisci che la tua vita vale più di tutta la guerra, di tutto il paese, di tutto… E allora ti metti a gridare che ti si spezza la gola. E’ un’ingiustizia! Fermate tutto maledetti pazzi! Queste pallottole sono d’acciaio vero, queste lame feriscono sul serio, tutto è terribilmente reale, non si può tornare indietro…

Come abbiamo potuto essere così superficiali da rischiare?

Il rumore delle bombe è assordante, mi scoppiano i timpani, mi metto a gridare che voglio tornare a casa, che non c’entro niente… Ma Alexander è morto. La terra mi scende in gola, soffoco. I ricordi. Devo pensare ad altro, non posso essere così egoista. Se questi fossero i miei ultimi pensieri, sarebbero quelli di un vigliacco. Io non sono un vigliacco. Vigliacco è una parola che appartiene alla guerra, l’ha inventata la guerra, contro l’incredulità e la ragionevolezza. Ma sì, forse, sono davvero un vigliacco: non credo che si debba combattere per necessità, non credo che si possa uccidere con lucidità.

Mi fa male la ferita. Questa gente non può che combattere nell’incoscienza, sparano, e si uccidono, ma dentro di loro non pensano di agire davvero, no, per loro è soltanto un brutto sogno, perché ribellarsi. tanto prima o poi ci si sveglia… Straniamento. Straniamento Ecco quello che manca ai soldati…

Mi sforzo di organizzare meglio i ragionamenti, penso che dovrei scrivere queste mie riflessioni, sì, potrebbe venirne fuori un libro, un trattato di etica…

Ma, Alexander è morto e quello che mi passa per la testa, non sono che cazzate.

Se gettassero una bomba intorno alla fossa, il contraccolpo basterebbe a seppellirci tutti. Definitivamente.

Cadono dentro alcuni bossoli.

Abbiamo sbagliato. Ci siamo spinti troppo oltre. Questa fine era inevitabile. Amore del rischio? No. Solo, non credevamo che potesse succedere anche a noi di morire così. Come se la nostra estraneità di professionisti dell’informazione bastasse a risparmiarci le pallottole.

Ma io lo giuro su quanto ho di più sacro: non sapevo che venendo qui avrei messo a repentaglio la vita, non lo sapevo! Non contava nulla la vita, tutto era così scontato…

Grido che mi pento, che voglio tornare indietro, chiedo una seconda possibilità… Ma, Alexander è morto… Anche Margritt è morta…

Sento un brusio, sì, nonostante il frastuono delle bombe, mi arriva alle orecchie un suono distinto. Mi metto in ascolto. Non riesco a capire da dove viene. Si fa sempre più chiaro e distinto. E’ una voce. Cresce sempre più. Ce l’ho nelle orecchie, nel naso, nella bocca, negli occhi. Diventa sempre più assordante… Un canto… Viene dalla terra, dal sottosuolo. E’ insostenibile, straziante… un urlo disumano, un grido agghiacciante, Margritt prima non ha urlato così…. Lo stomaco mi si contrae dal dolore. Non avevo mai sentito la voce della disperazione… Vorrei vedere qualcosa nel buio, ma gli occhi non si aprono, serrati dalla morsa del fango… Sono io che sto morendo? Quella che sento è la mia voce?… E’ così che si muore? No. Sono le formiche!

Quando ho ripreso conoscenza mi trovavo già nel campo della Croce Rossa. Ero in stato di shock e avevo temporaneamente perso l’udito. Si è avvicinata un’infermiera straniera con un foglio: ‘I have also heared the ants dieing.’ Mio nonno aveva ragione: le formiche muoiono davvero.

Appena Alexander starà meglio torneremo a casa con l’elicottero della Croce Rossa. Tutti e due siamo ossessionati dall’idea di una sicurezza definitiva e non vediamo l’ora di mettere qualche centinaio di chilometri tra noi e la guerra. Ci dispiace per il giornale. D’ora in poi farà a meno di noi. La nostra vita vale ben più di un titolo in prima pagina. Avremmo voluto poter fare qualcosa, ma la gente non si rende conto. Sembra che tutti siano preda di una mostruosa allucinazione. E’ difficile farsi capire. Non basta schioccare le dita per svegliarli dal loro sonno profondo. Del resto, è tutto inutile: finché non hai una pallottola in pancia, o non ti trovi tra le braccia il corpo morto di un amico, non ci credi che la guerra c’è davvero, e non c’è niente che ti convinca. Quanti sentono le formiche morire?    

Silvia Wagner©