L'ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA
Biografia esemplare di un subjetto d'amore

Introduzione

“Le donne del toro, gli uomini dei gemelli, meglio di tutti conoscono le pene d’amore…” Così recita un vecchio ma­nuale di astrologia. Ma forse è proprio vero, visto che due dei più grandi amanti di tutti i tempi sono del segno dei gemelli. E allora? Allora, non mi interessa certamente qui fornire un profilo astrologico di Dante e Boccaccio. Quello che voglio sottolineare è esclusivamente l’aspetto classi­ficatorio. Perché sentiamo continuamente parlare di oro­scopo e astrologia e siamo abituati a cercare su quotidiani, riviste, e mensili il trafiletto zodiacale che ci riguarda, non ci fermiamo un istante a riflettere su ciò che i segni dello zodiaco veramente rappresentano: una delle più sofisticate e coerenti classificazioni del genere umano per tipi, l’unica che (per il suo radicamento nella temporalità) sia in grado di abbracciare indistintamente tutti gli individui, even­tualmente anche i non umani, la più tenace, la sola che sia sopravvissuta allo pseudo-razionalismo dei nostri giorni. Dodici segni, altrettanti tipi umani, individuati in base ad un principio scientifico e logico (la data di nascita) che sa­rebbe inoppugnabile se non presupponesse la pesante di­pendenza del principium individuationis dalla posizione e dal moto degli astri.

Ma quella astrologica non è la sola tipizzazione che cono­sciamo: la nostra storia è costellata di classificazioni del genere umano, seppur più limitate e meno onnicomprensi­ve. Pensiamo alla filosofia platonica. Platone, che è addirit­tura l’inventore del concetto di tipo (Repubblica), ci propo­ne diverse classificazioni degli individui: dal punto di vista sincronico, la tripartizione in filosofi, guerrieri e schiavi, dal punto di vista diacronico la tripartizione delle stirpi in aurea, argentea e ferrea. Anche Aristotele, sebbene, senza teorizzazione diretta, nell’Ethica Nicomachea individua una vastissima gamma di tipi perfettamente distinti gli uni dagli altri. Per rimanere nell’area greca, non meno si­gnificativa e rinomata è la classificazione in negativo di Teofrasto (Charakteres), o quella desunta dalla medicina ippocratea. Più indietro ancora, neppure il mito, quello pa­gano e poi quello cristano, sono sfuggiti al meccanismo della tipizzazione (il mito delle cinque razze, la tipizzazione degli dei: sia Asi che Olimpici, gli ordini oltremondani di angeli, arcangeli e cherubini). In campo letterario, la Nea in Grecia, la Fabula Atellana e la commedia plautina a Roma, non avrebbero trovato la loro ragion d’essere senza la percezione tipologica dei loro personaggi (e cioè: i tipi più comici scelti tra tutti i tipi esistenti). Nel medioevo, poi, con la grande ingerenza dell’etica in tutti i campi del vivere sociale e negli spazi più propriamente letterari, si ha una vera e propria proliferazione di tipologie, mutuate per lo più dall’esempio aristotelico. Basti pensare alla Commedia dantesca: che cos’è l’Inferno se non una immensa classificazione degli individui (oltre che dei peccati) in negativo? Il Decameron invece, sebbene possa sembrare, per certi versi, un gran vivaio di tipi sfumati e sfaccettati, in realtà sfugge alla logica di catalogazione: i personaggi delle novelle rimangono allo stadio di costellazioni, isolati, e i loro incontri e confronti, se non casuali, sono sempre funzionali all’intento narrativo. Ciò nonostante, nelle figure dei narratori, ossia i personaggi effettivi del Decameron, è possibile rinvenire altrettanti tipi, e non è cosa di poco conto: addirittura, i tratti di ciascun tipo sono in grado di influenzare, se non di determinare la scelta delle novelle (per esempio, la ‘tristezza’ di Filostrato impone ai novellieri il tema degli amori con infelice fine).

Di fatto, ai tempi di Boccaccio quel criterio di razionalizzazione della realtà mediante l’identificazione e codificazione di tipi ricorrenti, che poteva apparire quasi come una funzione dell’intelletto, era in via di estinzione. Ormai non ci si abbandona più alle sterminate operazioni di catalogazione medievali che portavano a riunire sotto un medesimo concetto una infinità di varietà, ora si predilige di limitare le proprie oservazioni ad uno o due tipi rilevanti, magari, sottintendendo semplicemente una più vasta articolazione. E’ questa restrizione del campo, questa limitazione degli orizzonti o riduzione realistica degli spazi indagabili, che porta gradualmente verso la scoperta della psicologia dell’individuo. Ma quando ci si accorge che è difficilissimo elaborare una griglia di tipi che racchiuda senza sbavature tutti, indistintamente, gli esseri umani, quando ci si rende conto che non c’è un uomo uguale all’altro e che è quasi impossibile catalogare le somiglianze senza appiattire una personalità sfaccettata, policroma, infinitesimalmente varia ai pochi tratti che può avere in comune con un altra, allora la nozione di tipo perde la sua ragion d’essere. Questo processo di evoluzione verso il materialismo (non dimentichiamo che il concetto di tipo conserva intatta tutta la sua valenza idealistico/platonica) e il realismo trova uno dei suoi centri propulsori proprio nel Boccaccio delle Novelle. Non in quello delle opere minori e, soprattutto, qui veniamo finalmente al nostro argomento, non in quello dell’Elegia di Madonna Fiammetta, come è stato erroneamente asserito da numerosi critici. De Sanctis scrive: «La Fiammetta è un romanzo intimo e psicologico… L’autore volge le spalle al medioevo e inizia la letteratura moderna… Ormai tocchiamo terra». Battaglia accomuna la poetica dell’Elegia nientemeno che a quella proustiana della Reserche. Sapegno vede nelle «continue e fastidiosissime reminiscenze classiche e mitologiche… difetti del romanzo». In realtà, nell’Elegia, forse più che in tutte le altre opere, Boccaccio soggiace completamente alla logica del tipo. I critici che si sono fatti portavoce della «modernità» (in tempi in cui la modernità era riconosciuta come un valore positivo) dell’Elegia hanno commesso due errori di fondo:

1. quando non si sono accaniti a cercare corrispondenze autobiografiche, hanno preso in considerazione il personaggio femminile di Fiammetta esclusivamente dal punto di vista narrativo ed hanno visto in lei soltanto la ’vittima’ di un tradimento amoroso che rappresenta la sua disperazione contingente di donna abbandonata (onde, l’impressione di sconvolgente realismo). Paradossalmente, non si sono resi conto che Fiammetta oltre che vittima è amante.

2. Hanno considerato tutto l’apparato retorico e il corredo mitologico come un ingombrante fardello, un’incrostazione erudita che hanno attribuito alla ‘pedantesca ossessione boccacciana’ di infarcire di erudizione le proprie opere.

In realtà Fiammetta, per quanto nel testo si assista all’esplosione di una individualità prorompente (W. Pabst: «Zum erstenmal in der neueren Literatur ist die Frau einzige und in ihrem Leid ernst genommene Heldin des Erzählvorgangs und zugleich Fiktive Erzählerin. So wird die subjektivität der Darstellung zum Kunstgriff») è una portavoce. Parla di sé perché è donna, e le donne partono da sé nei loro discorsi, ma quello che dice è ben lungi dal riguardare solo lei. La Fiammetta dell’Elegia rappresenta un ‘tipo’ e la sua storia non è affatto una storia contingente (Lo capisce anche Pabst: «Diese story ist gewiß nicht stark genug - von ihrer mangelden Originalität ganz zu schweigen…») bensì ‘esemplare’, esemplare come lo sono quelle delle tante ‘inspiegabili’ citazioni classiche che trapungono l’intero racconto.

Ora, la domanda è, se Boccaccio avvia il processo di superamento dei tipi, allora perché scrive addirittura un’opera intera, senza possibilità di fraintendimento, su un tipo? Non gli si potrebbe imputare di essere in ritardo sui tempi? La risposta non ce la dà la narratrice fittiva, ma l’autore reale, Boccaccio in persona:

Fiammetta non incarna un tipo qualsiasi, bensì il tipo dell’amante, quello stesso in cui, Boccaccio uomo, presumibilmente, si riconosce. Dunque, non può essere in ritardo sui tempi chi si autorappresenta.

Ebbene il nostro compito d’ora in avanti sarà quello di render conto, per quanto possibile, dell’esemplarità del personaggio di Fiammetta e di delineare il profilo essenziale del tipo da lei rappresentato, quello che dal tempo dei lirici greci ai nostri giorni ha accomunato le letterature più disparate. E non soltanto le letterature. La questione del nostro tipo, che d’ora innanzi chiameremo ‘Subjetto d’amore’ è ben lungi dall’essere puramente letteraria: coinvolge anche la sfera dei valori, determina un particolare modo di concepire l’amore che funziona sia all’interno dei testi, sia nella realtà effettuale. Anche se il tipo amoroso, al contrario degli altri tipi che sono sempre e comunque desunti dalla realtà, in un processo inverso, sembra emergere direttamente dalla letteratura, non possiamo non considerarlo dal punto di vista antropologico. Anzi, per essere più ardite, diciamo che secondo noi il Subjetto d’amore è la più colossale e eclatante vittoria della letteratura sulla ‘realtà prosaica’. Ha qualcosa di miracoloso il modo in cui un modello culturale inventato sulla carta da pochi letterati abbia potuto diffondersi a macchia d’olio in ogni angolo d’Europa ed essere interiorizzato così radicalmente e irreversibilmente dagli individui da conservare dopo ‘millenni’ assolutamente intatta la sua pregnanza e assolutezza. E’ anche per questo motivo che riteniamo tanto importante e significativa un’opera come l’Elegia di Madonna Fiammetta, perché insieme al De Amore di Cappellano, De l’amour di Stendhal, ai Fragments d’un discours amoreux di Barthes e pochi altri testi è una delle opere più belle e lucide che parlano dell’ineffabile, dell’amore.

Per quel che riguarda la nozione di Subjetto d’amore, evidentemente, si tratta di una categoria presistente che noi ci limitiamo ad assumere e riconnotare nella prospettiva di un ampliamento semantico funzionale alla nostra indagine tipologica. Il concetto di subjetione amorosa, sebbene abbia radici antichissime, sul terreno letterario, viene propriamente teorizzato e nominato soltanto dagli stilnovisti che ne fanno il centro della loro poetica Ma, in una maniera molto meno concreta di quanto non faccia Boccaccio, il quale ‘riempie’, in senso materialistico, e rivitalizza la ‘forma’ ereditata dallo stilnovo, recuperando il rapporto con il reale messo fortemente in crisi dagli ultimi orientamenti poetici romanzi. Dunque Subjetto d’amore ha una carica più individualista e concreta di Fedele d’amore, «Individuo assoluto», oggettivatore dell’esperienza personale. Presuppone una utopica comunanza amicale, ma può farne a meno, in quanto è saldamente radicato nella realtà.

Quello che, nella generale spersonalizzazione stilnovistica dell’esperienza amorosa [Contini], più si avvicina al nostro Subjetto nella prassi letteraria è senz’altro Cavalcanti, (del resto, la Fiammetta boccacciana pare avere ben presente la topografia interiore tripartita e spiritata di questo poeta). Sebbene non giunga mai ad adottare la denominazione di Subjetto riferita a sé stesso, Cavalcanti non ne ignora il concetto e per designarlo adopera sinonimi altrettanto pregnanti, quali Servitore, Servente etc.

Gli altri stilnovisti, fatta eccezione, forse, per Dante, scherzano con la subjetione e ne fanno un gioco puramente letterario.

Al di fuori dell’ambito strettamente poetico, se si esclude il trattato di Cappellano, Il Trattatello in Laude di Dante, dello stesso Boccaccio, è l’unico luogo in cui il concetto di subjetione amorosa con allusione tipologica, viene teorizzato ed elaborato inequivocabilmente: Dante, per il quale questo concetto sembra coniato, è definito ferventissimo servidore d’amore, ferventemente ad amor sottoposto.

Nel Filocolo, invece, soprattutto nella parte dedicata alle Questioni, è relativamente alta l’occorrenza del sintagma sciolto, che designa, con un aera semantica piuttosto ampia, tutte le persone soggette, esposte, sensibili ad amore, ma in un senso quasi feudale: … Amore in abito tanto pietoso, che me, il quale lungamente a mia istanzia aveva risparmiato, fece tornare disideroso d’essergli per così bella donna soggetto [Libro primo] e per lo piacere di due nobilissimi giovani alla sua signoria divenimmo suggette… [Libro quarto] … e colui a cui soggetta siamo… E voi che similmente come noi soggetti gli siete… [Libro quarto]  E dico che, con ciò fosse cosa che io ancora molto giovane conoscessi la vita de’ soggetti del nostro signore Amore piena di molte sollecitudini… [Libro quarto] … dovrebbe ciascuno… procacciare e affannare d’avere la grazia di tanto signore e d’essergli soggetto, poi che per lui si diviene virtuoso [Libro quarto]. … questo consentiamo che sia come tu porgi, ché veramente, al generale, amore empe le lingue de’ suoi suggetti di tanta dolcezza…[Libro quarto]

Per il resto, sebbene il termine subjetto riferito ad amore sia rinvenibile in alcuni altri testi, esso non assurge mai a manifesto di poetica né tantomeno a marca concettuale.

Dunque, quella che abbiamo scelto come categoria interpretativa è solo formalmente ed in maniera parziale desunta dalla letteratura pre-fiammettiana: quella di subjetione amorosa, c’è sembrata però la migliore e la più bella denominazione da dare ad un concetto interiorizzato e assimilato sì, ma pur vago e di fatto ancora anonimo (o tantomeno non nominato fortemente).

Silvia Wagner© 1995