IN VIAGGIO VERSO SALISBURGO

Edito da Serarcangeli Nov. 2000

 

Et alta profunditas, quis inveniet eam?

 

A Irina

 

Irina, ti chiedo perdono in anticipo del fastidio che queste pagine ti arrecheranno.

Avevo sperato di potermi congedare dal mondo senza lasciare tracce. Volevo andarmene con poco clamore. Come una farfalla che, giunta al termine delle sue ventiquattro ore di vita, si appresta a scomparire nel silenzio più profondo, quel silenzio che trascina via con sé le cose di poca importanza.

Circostanze impreviste mi impongono di modificare i miei propositi. Sono costretto a lasciare una testimonianza scritta. Un documento, una memoria, una lunga lettera, che garantisca il mio desiderio sincero di scomparire da questa terra. Un onesto resoconto del viaggio verso l’annientamento volontario.

No, quello che leggerai non è un diario. Non mi sono mai preso la briga di annotare i piccoli avvenimenti che hanno costellato la mia vita insignificante: una giornata è uguale all’altra e le nostre azioni non sono che la ripetizione ossessiva di un unico gesto, vivere…

Cara Irina, non so neppure se posso prendermi la libertà di parlarti con familiarità. E’ probabile che la mia franchezza ti disturbi. So che alle parole troppo sincere preferisci i discorsi addolciti da qualche menzogna innocua, di quelle che il buon senso ci sussurra nell’orecchio. Non ho mai condiviso le buone maniere del genere umano: la falsità misurata e piena di accortezze, che rende tollerabili le relazioni umane e sulla quale anche i moralisti più intransigenti sono disposti a chiudere un occhio, io non l’ho mai conosciuta.

Qui sarò aspro. Voglio esserlo. Anche se questo, probabilmente, mi costerà quel poco di riguardo che ancora mi porti e per cui, forse, devo ringraziare esclusivamente la nostra parentela. Già mi pare di vedere le tue guance infiammate dall’ira e le labbra serrate per non lasciar trapelare il più piccolo accenno di emozione. Non dubito però che accorderai volentieri al defunto il perdono che negheresti al vivo. Sì, perché questa sarà la memoria di un estinto. Quando le tue mani stringeranno le mie carte, da tempo, io non sarò più tra i vivi.

La mia freddezza ti scandalizza? Mi consideri eccessivamente cinico? Ti chiedo perdono: so bene che ti sto costringendo a qualcosa per cui non nutri il minimo interesse e che forse suscita addirittura la tua avversione. Ma devi starmi a sentire. Mi rivolgo a te perché non mi hai amato. Non mi hai voluto bene. Non hai avuto per me neppure quell’affetto tiepido e poco impegnativo delle sorelle. Non hai mai mostrato la minima inclinazione nei miei confronti. Spesso, ti sei comportata come una nemica. Non te ne faccio un rimprovero, al contrario, non posso che considerare con benevolenza il fatto che non ti sia lasciata condizionare dai sentimenti forzati della parentela. So benissimo di non essere una persona degna di amore, e del resto, per quel che mi riguarda, ho sempre preferito non lasciarmi travolgere dall’ondata dei sentimenti.

Questa sarà una lettera molto lunga.

Mi conosci poco, ma quanto basta per sapere che nella scrittura non trovo alcun compiacimento. Detesto mettere per iscritto i miei pensieri. Si scrive di amore e di illusioni. Si raccontano i propri sentimenti. Ci si sfoga con la carta. Si piange sulle proprie parole e ci si consola tra le righe. La mia mente è vuota. Non vi è nulla in me che sia degno di essere scritto. Forse, non merito di sopravvivere neppure nel ricordo.

Ciò nonostante, per orgoglio, per non essere frainteso, o forse, semplicemente, per sottrarmi almeno in parte a quella fine definitiva che ho inseguito con tutte le mie forze, ho deciso di costruirmi questo monumento di parole. Me ne andrò sulla carta, mescolato a gocce di inchiostro sbiadito e segni di penna. Ma senza clamore, mostrandomi a te soltanto, che per le mie sorti mortali non hai mai provato il minimo interesse e che, sicuramente, non sarai sfiorata da quel sentimento, se così si può definire la pietà, che tanto mi è odioso.

Quello che sto per dirti è così intimo da farmi temere più che mai le possibili distorsioni dei sentimenti. L’ultima cosa che vorrei è mostrarmi a te attraverso una lente. Mettermi a nudo mi costa un grandissimo sforzo, non voglio che questo sforzo sia reso vano dal miraggio accattivante dell’illusione.

Quando lasciai Salisburgo tu avevi appena conosciuto Andrea ero poco più che ventenne. Non ricordo esattamente che cosa mi spinse a questa risoluzione, non credo che vi fosse un motivo particolare. So solo che, ad un certo punto, il desiderio di andare via si fece talmente intenso e opprimente da impormi la partenza. Ma non una di quelle partenze addomesticate che, nonostante le apparenze, ci tengono più uniti che mai alle nostre radici. No Irina, io intendevo recidere tutti i legami alle mie spalle, partire privo di garanzie, senza la benché minima aspirazione, come un giovane uccello che, pur non sapendo se possiede già delle ali robuste, non esita a gettarsi dall’albero.

E’ che ad un certo punto la partenza mi è sembrata l’unica soluzione possibile.

Ma non pensare che dietro al mio improvviso amore per il viaggio si celi una apertura dello spirito o un impulso irrefrenabile verso la grandezza, la moltiplicazione, l’accrescimento. E’ vero: viaggiare è come distendere le braccia, stringere a sé spazi sterminati, in una sorta di magnanima presa di possesso di quelle cose che la natura non concede spontaneamente alle nostre esistenze limitate.

Nel mio caso, Irina, non si trattava di una aspirazione alla conoscenza, di un desiderio insopprimibile di libertà. La mia partenza somigliava piuttosto ad un sotterfugio meschino, ad una scappatoia.

E’ che io non avevo altra scelta. Come un creditore con il quale la si tira per le lunghe, la morte mi incalzava, sorprendendomi ad ogni angolo, con i suoi assalti mascherati, con i suoi incantevoli allettamenti.

Per sopravvivere, dovevo fuggire, allontanarmi da tutto e da tutti, cancellare un passato durato troppo a lungo, fingere di non aver visto e conosciuto nulla, sgrullare via con un colpo di reni il peso insostenibile accumulatosi sulle mie spalle in venti anni di esposizione continua al dolore. Gettarmi finalmente nella corrente…

Ti starai domandando come mai fossi arrivato a questo livello di saturazione. Ebbene, non so rispondere neppure io con esattezza. Una innata inclinazione dello spirito? Circostanze tristi? L’eccessiva rigidezza della mia educazione austriaca? So solo che, da sempre, la sera, quando sollevo sugli occhi le coperte gelide del corpo e lascio che le tenebre si impossessino di tutto ciò che mi appartiene, qualcosa nelle profondità inimmaginabili della mia anima si contorce dolorosamente. Una voce dentro. Il dolore muto mi parla: ‘Tu non sei, tu non vivi, sei già morto’. Un malessere inspiegabile che mi accompagna sin dai primi anni. Un senso di noia, una assoluta mancanza di aspirazioni, una indifferenza verso la vita che col tempo si è andata aggravando.

La mia infanzia fu ben lontana dalla spensieratezza. Sì, quella che gli sciocchi attribuiscono indistintamente alle giovani vite: iam enim securis ad radicem arborum posita est!

L’ironia e la brillantezza della conversazione, che come te devo a nostro padre, riuscivano a far passare la triste rassegnazione dello spirito per frivolo appagamento. Molti si lasciavano ingannare a tal punto dal mio atteggiamento esteriore da attribuirmi, addirittura, quel misto di ingenuità e energia positiva che si suole definire ‘gioia di vivere’. Niente di più lontano da me.

Da bambino ero tanto abile con le mie recite, da riuscire ad ingannare perfino l’ottimo medico scolastico. Forse ricordi ancora quell’omone rossiccio, dalla barbetta sfilacciata che ci prescriveva docce fredde al posto delle medicine…

Eppure, più il malessere interiore mi logorava dal di dentro, più esternamente, apparivo spensierato e leggero. La mia risata isterica veniva scambiata per una esplosione di gioia. Ugualmente, le lacrime improvvise. Emotivo, mi definivano un bambino emotivo. Usavano questa parola insensata come un velato insulto: mi domando a quale espressione terrificante sarebbero ricorsi se avessero potuto guardarmi dentro davvero!

Così, a lungo andare, la nostra rigida educazione, finalizzata alla repressione delle emozioni, fece sì che in me si sviluppasse un inconscio senso di difesa. Qualcosa di diverso, però, dalla falsità congenita della nostra gente, quella ridicola mascherata che ci fa essere sempre sorridenti, che ci impone formule di cortesia e modi di una gentilezza quasi giapponese. Io ero riuscito ad andare oltre: la maschera si era attaccata al mio viso come una seconda pelle e non ero più in grado di sollevarla neppure quando mi trovavo da solo di fronte a me stesso.

Vivevo in uno stato di depressione costante, una depressione che si è andata aggravando nel corso degli anni e mi ha costretto spesso a funamboliche ricerche di diversivi di ogni genere.

Già in tenera età avevo manifestato una certa propensione all’ipocondria. Ma l’imperativo di non esternare le attitudini interiori aveva trasformato la paura delle malattie in una spasmodica ricerca della perfetta salute del corpo.

Con un allenamento sportivo esageratamente duro, avevo modificato in maniera radicale la fisionomia del mio corpo esile. Trascorrevo ore in piscina. Forse te ne ricordi, perché spesso mi capitava di riconoscere il verde lucente dei tuoi occhi sotto le lenti di vetro appannate dal vapore. E lì, nell’incessante monotono ripetersi delle bracciate, ignorando la fatica fisica, giungevo al totale annientamento delle mie facoltà mentali. Un paio di vasche consecutive erano sufficienti a farmi smarrire completamente la cognizione del tempo e il senso del movimento. E allora mi pareva di riposare immobile nel nulla, come immerso in un sonno senza sogni. Ad occhi aperti.

Le conseguenze di quei momenti di annientamento totale divenivano tangibili solo quando, finalmente, mi decidevo ad uscire dall’acqua, quell’elemento amichevole, che, a dispetto della mia noncuranza, si ostinava a sostenere un corpo morto. Assolutamente privo di forze, mi gettavo a terra ovunque mi trovassi e, preda di una specie di letargo, rimanevo come addormentato. Inizialmente la gente, sempre molto apprensiva di fronte a un cadavere, era costretta a fingere un certo interesse anche nei confronti di quel corpo che non tardava a rivelare la sua perfetta salute. Ma ben presto gli svenimenti troppo frequenti, che non degeneravano mai in una malattia seria o in una autentica morte, smisero di sorprendere. La gente ama la tragedia: un dramma protratto troppo a lungo da una conclusione continuamente differita, risulta noioso. Se i primi tempi c’era sempre qualcuno disposto a svegliarmi dal mio torpore e a restituirmi alla coscienza, a lungo andare, tutti quelli che mi conoscevano avevano imparato a non curarsi di me, nella comoda convinzione che la loro indifferenza avrebbe potuto guarirmi dalle mie stravaganze. Vana speranza, Irina: niente e nessuno era in grado di salvarmi da me stesso.

La corsa senza limiti, il sollevamento di pesi eccessivi, il tennis estenuante e le interminabili passeggiate erano il mezzo della mortificazione del corpo, non della ricerca del suo benessere, come io volevo dare a vedere.

Silvia Wagner

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