MEMORIA DI MARGUERITE DE VALOIS
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ergo dolor in sentiente virtute, Credo che in Alvernia il cielo abbia un colore diverso. Quando le nuvole si stringono attorno al sole e ne oscurano gradatamente il cerchio, tutto sembra assumere la tinta vaga del piombo. Nellavida ricerca di contorni, locchio disteso tra gli interstizi rocciosi dei balzi, varca le barriere vegetali, ma nessun gioco di colori o fantasia di ombre cangianti fa ritorno assieme allo sguardo. Di tanto in tanto è possibile scorgere alcuni grossi uccelli che, a sfida delle violente raffiche di vento, emettono grida stridule e sgraziate, irriproducibili per la voce umana. Mi domando da quale regione remota della terra possano provenire tali singolari volatili dai becchi aguzzi e le piume impeciate: credo di non averne visti di simili in tutta la vita. Ho sempre amato gli uccelli per la dolcezza delle loro figure. Gli occhietti attenti, la morbida coltre di piume sui colli, i profili delle belle testoline, la fragilità delle zampette, la voce soave e delicata: nel regno dei viventi, non trovo nulla di più tenero e leggiadro. Ma gli uccelli che da secoli oscurano i cieli della fortezza, suscitano sentimenti diversi: così privi della frivola vitalità dei loro simili, vecchi becchini altezzosi, con i loro voli ampi e ponderati, paiono lincarnazione fiera e severa del paesaggio dAlvernia. Di fronte a quel tetro sbattere di ali, lo scorrere del tempo non è che un inconsistente ricordo. Solo i lontani rombi del tuono e le esplosioni sommesse di una guerra alle porte conferiscono alle giornate un certo andamento ritmico. Ricordo che con il cattivo tempo era impossibile distinguere il crepuscolo dallalba: nel grigio scuro del cielo una giornata moriva nellaltra senza che il benché minimo indizio cromatico ne tracciasse un pur labile confine. Ma di questo non ebbi a lamentarmi: non ho mai amato il computo preciso degli istanti, e tuttora non provo quellinteresse pedante e noioso per lesatto avvicendarsi dei giorni e dei mesi, tanto diffuso ai nostri tempi. Per quanto mi riguarda, il calendario potrebbe essere abolito. Se i secondi e gli anni non fossero così esattamente programmati e registrati, probabilmente, il genere umano sarebbe liberato dallossessione di separare nettamente il presente da ciò che è trascorso e di indagare la nostra storia come qualcosa di estraneo. Ma di questo avremo modo di discorrere in seguito. Tra i bagliori minacciosi che arrossavano le nubi, nessun avvenimento rompeva lattesa. Difficilmente ti capiterà di incontrare un posto più tranquillo: se cerchi quiete ed immobilità, ti consiglio caldamente Usson. Puoi esser certa che non avverrà mai nulla di inaspettato o insolito che possa infastidirti. Immagino che un uomo destinato a morire ad Usson sia costretto a contare uno per uno tutti gli attimi che lo separano dalla fine, senza possibilità di distrazione: ringrazio Dio di avermi risparmiata un simile tortura. Eppure, in quella incessante immobilità, capace di far smarrire la nozione del tempo, non ero minimamente toccata dallangoscioso tormento della noia. Attraverso i vetri della finestra vedevo i cerchi neri delle mura recingere di una linea il viola indistinto delle montagne e tutto mi sembrava incommensurabilmente grande. Niente reputavo preferibile al piacere schietto della contemplazione, capace di coinvolgere, senza eccezione, tutte le mie facoltà. Come non mi ha mai annoiata la conoscenza degli uomini, così non mi ha annoiata losservazione della natura. Credo che quello dei fenomeni della materia inanimata sia un mondo dotato di una propria sensibilità, diversa da quella umana, ma ugualmente degna e rilevante. Mi sono sempre sentita misteriosamente legata anche a quegli elementi che, a differenza degli animali, non somigliano affatto alluomo e forse è proprio per lincommensurabile lontananza delle minere dalla forma umana che queste riescono a stringermi in un vincolo tanto intenso e profondo. No, non considero inanimata una montagna solo perché non la vedo respirare o starnutire o camminare alla maniera delle persone: piuttosto mi pare viva, dal momento che, come le cose viventi, è in grado di nutrirsi e di nutrire. Talvolta mi domando se Aristotele non abbia provocato un danno irreparabile con linvenzione di un sistema tanto credibile e razionale, in cui, con categorica certezza, alla materia inanimata sono anteposte le piante e gli animali. E possibile che se il suo pensiero non avesse avuto tanta diffusione, ora non si consumerebbero con indifferenza i più atroci crimini verso le cose. Ma del resto è comprensibile, per raggiungere la pace con gli elementi è necessario un lungo e faticoso esercizio della mente, che pochi hanno la volontà o la possibilità di praticare. Ciò non mi impedisce di considerare ridicoli molti degli atteggiamenti umani. Mi stupisce molto e mi pare contraddittorio lestremo attaccamento degli individui alla proprietà delle cose: come si può desiderare con tanto accanimento ciò che si considera allultimo grado della scala dei valori? Ma mi sto dilungando in considerazioni che il mio scarso talento filosofico non mi consente. Ad Usson imparai ad amare le piccole cose. La pentola da polenta e le scodelle colme di lenticchie, gli strofinacci della cucina e i cesti intrecciati, le ceramiche nude, i grossi sacchi del sale, assieme ad una infinità di altri modesti manufatti, mi divennero dolcemente familiari. Oltre al mondo degli oggetti domestici, ebbi modo di conoscere e apprezzare la solidarietà e la spontaneità delle persone semplici. Ma ciò non vuol dire che mi limitassi ad ostentare quellatteggiamento, molto diffuso tra i nobili, di chi, sicuro sulla sua vetta, getta qualche briciola ad una persona in lotta per la vita o scambia con essa vani risolini materni e consolanti. Ho sempre nutrito un incredibile disprezzo per quei nobili mistificatori, come, del resto, per chiunque si comporti in maniera ipocrita. Qualche anno prima mi sarebbe parsa impensabile lidea di prestare un mio vestito ad una campagnola per facilitarle la conquista dellamato: ad Usson, ritenevo si trattasse di una cosa naturale e senza importanza. Perfino la solitudine, che avevo sempre aborrita come il peggiore dei mali, si dimostrò un eccezionale beneficio. Imparai a trascorrere ore ed ore con il viso fitto nelle lontane cime azzurrine: il mio corpo era in grado di mantenersi, per periodi lunghissimi, in uno stato di quasi perfetta immobilità, e non nego che provassi una certa voluttà nel mostrami tanto disposta alla contemplazione. Ho sempre desiderato essere considerata saggia e distaccata, alla maniera degli asceti del deserto che la Bibbia circonfonde di tanta magnanimità. Di fatto, nella vita non ho fatto altro che cercare di essere grande, grandiosa, quasi sovrumana. Ad Usson mi si offriva loccasione per provare a me stessa e agli altri che i miei atteggiamenti non fossero semplici forme di esibizionismo. Ma la solitudine è un bene che bisogna imparare ad assaporare con moderazione. In fondo, luomo è costruito per convivere con i suoi simili: ingegnarsi a farne a meno è contro la natura. Sembra strano che proprio io, intenta nella vita soprattutto allamore delle persone, mi trovi a pronunciare queste ovvie sentenze. Ma nel periodo di Usson rischiavo di concedere veramente troppo allisolamento, ed è risaputo che chi non frequenta per lungo tempo il genere umano, finisce per perderlo. In quegli spazi illimitati i pensieri si sviluppavano fluidamente: come rapiti dal vento, si aggrovigliavano e dopo aver assunto le molteplici forme della meditazione, della preghiera, dellinvocazione, finivano con lo spegnersi in una lenta processione di immagini. Altre volte gli stessi pensieri, rimanendo attaccati al ricordo, prendevano a scorrere direttamente nel flusso della memoria. E allora, con lavvicendarsi dei volti e delle figure, con il loro formarsi e dissolversi in una nube rossastra, emulavo allegoricamente limmenso spettacolo della natura. Durante la giornata capitavano momenti di assoluto silenzio. Quando il carpentiere e il fabbro trovavano il ristoro del cibo e, assieme ai pochi contadini, smettevano la voce tristissima delle loro arti, col consenso dei venti, mi sentivo completamente sola e questa quiete assoluta era in grado di propiziarmi le più profonde riflessioni. Credo che se non fossi vissuta per tanti anni in Alvernia e non avessi sperimentato questa forma estrema di disciplina, adesso quella che scrive sarebbe una persona molto diversa e forse le mie parole suonerebbero ben più leggere. La robustezza dellanima e lapertura della mente sono le mete finali di un lungo e faticoso noviziato. A volte, distendendo lo sguardo oltre le mura, avevo limpressione di sorvolare paesaggi lontani e sconosciuti: con le membra inerti, trascinate solo da una lievissima brezza, avvertivo la familiare sensazione del vento sui vestiti, conosciuta durante le interminabili cavalcate lungo la Loira. E allora mi pareva di sentire i nitriti selvaggi degli splendidi destrieri di mio padre, l'inconfondibile scalpitio di zoccoli ferrati magistralmente, il cuoio bollente della sella e il mio corpo di giovinetta nuovamente congiunto in legame indissolubile con la più superba delle creature viventi. Veloci, tagliavamo l'aria veloci, al pari del pensiero... La memoria invece, cara Maria, va lenta, grave come i morti che escono dalle tombe: non fosse per la sua compagna, agile e leggiadra, che non si separa mai da lei, se ne resterebbe serrata nel suo eterno sepolcro, rinterrata nell'innumerevole avvicendamento di passati trascorsi. Ho sempre considerato limmaginazione come la più insostituibile e preziosa delle facoltà umane: destinata ad aprire orizzonti, mi sembra che talvolta imiti la concretezza e la realtà delle cose al punto di non poterne essere distinta. Credo che se luomo non cede alla follia insensata della vita, non viene schiacciato dalla grandezza incommensurabile del cosmo e non è annientato dai numerosi spettacoli di malvagità cui si trova ad assistere, ciò sia proprio per le possibilità infinite che la cooperazione di immaginazione e memoria concede alla mente. Non vi è dubbio: queste due facoltà, strettamente connesse luna con laltra, sono la spina dorsale della nostra natura: luna guarda al passato e riorganizza con dolcezza i trascorsi dei sensi, laltra spalanca le porte alla speranza e guarda al futuro. Io ho fatto di entrambe gli strumenti razionali con cui operare per lattuazione della conoscenza in un ordine più ampio di fenomeni. Neppure lamore è riuscito a sconvolgere il sottile equilibrio di memoria e immaginazione, instauratosi nella mia mente a prezzo di una lunga e faticosa ricerca. In Alvernia concedevo poco al piacere del cibo, cosa abbastanza strana, vista lenorme importanza che ho sempre attribuito al momento dellesistenza in cui ci si nutre. Ancor meno concedevo al sonno. Credo che quando si arrivi ad un certo punto della vita si finisca per abbandonarsi ad una sorta di frenesia sensuale, come se si volesse godere di tutto, cogliere ogni occasione, non tralasciare nulla di quello che i giorni ci offrono, respirare tutta laria che entra nei polmoni, appropriarsi di ogni esperienza, di ogni novità, perché nulla vada perduto del poco che ci resta da vivere. Tutto quello che somiglia alla morte viene respinto con violenza. Nei momenti di inquietudine, mi dico che se luomo dorme regolarmente sin dalla nascita e fa della sua vita un sonno intermittente, è per abituarsi al sonno definitivo. Di fatto lesistenza delluomo non è che una morte abilmente mascherata dalla natura, che solo alcuni temporanei risvegli sono in grado di interrompere. Se si riconosce che loscurità è lambiente naturale delle cose, che il sole è soltanto la pietosa concessione di un dio benigno, che i cieli non brillano per naturale lucentezza, che la notte eterna ed infinita è lunica misura reale del tempo cosmico, ed il contenitore di tutte le cose è privo di luce propria, allora come si può negare la supremazia della morte? Come si può negare che essa sia la condizione naturale delle cose? Sì la vita è qualcosa di artificiale, un momentaneo diversivo inventato da un demone annoiato, una beffa, uno spettacolo teatrale, un rapido sogno. Linsonnia è il solo mezzo con cui coscientemente o inconscientemente si lotta contro la fine. Solo i sogni rendono tollerabile il delirio del sonno: le care facoltà dellimmaginazione e della memoria, che li producono, non si separano da noi neppure nel momento della più pura follia del nulla. Credo che i sogni siano il solo discrimine tra il sonno e la morte: forse, non fosse per il ricordo vago della vita che i simulacri notturni riescono a mantenere costantemente presente, trattenuti dalla pigrizia del sonno, non avremmo desiderio di assaporare la dolcezza del risveglio. Amo tutti i sogni, anche se sono degli incubi. Come ti dicevo, ad Usson fui presa da una sorta di amore per la semplicità, per lessenzialità delle concessioni e per le persone immerse nellatmosfera sospesa del villaggio. Mi rendevo conto finalmente che non è il rango a distinguere un individuo da un altro: se gli uomini non sono tutti uguali lo si deve esclusivamente al fatto che nelle menti è possibile riscontrare una gradualità dingegno e sensibilità, non dissimile da quella della bellezza nel corpo. Leducazione, la cultura, lo studio, esercitano una influenza limitata sugli individui, che restano invece informati per tutta la vita dalle qualità intrinseche della loro natura. Credo che non sia possibile deviare, con le conoscenze acquisite, le inclinazioni originarie del proprio carattere: tutte le esperienze raccolte nel corso della propria esistenza si vanno a depositare nei canaletti già scavati della personalità e scorrono in maniera più o meno abbondante, sempre entro gli argini prestabiliti. Chi possiede una buona circolazione, sarà sempre una persona apprezzabile, sia che arricchisca il suo patrimonio naturale con lo studio, sia che, per mancanza di possibilità, non lo ampli affatto. Sulla base di queste considerazioni, non esitavo a preferire la compagnia della gente del popolo a quella dei pochi nobili di Usson. Per quanto potesse essere fastidiosa, la modestia della loro condizione non era di alcun impedimento alla gran simpatia che essi manifestavano. Ma diverse esperienze mi hanno fatto, in seguito, modificare alquanto il mio giudizio: allora non riuscivo a comprendere come, anche quelle persone, ingenuamente definite semplici, conoscessero gli stessi drammi e passioni dei grandi innamorati, dei filosofi, degli artisti. Ero convinta che tutto il loro tormento si riducesse alla preoccupazione per la sopravvivenza e che le lievi agitazioni dello spirito immaturo trovassero facile conforto nella religione. Ormai, ho ben compreso, invece, come la possibilità di essere interamente felici, sia indistintamente negata a tutti gli esseri umani, e come lingenuità e lignoranza non siano sufficienti a lenire il dolore, soprattutto quando esso sia accompagnato da una spiacevole condizione di vita. Mi domando che cosa sarebbe stato di me se oltre che per la vita avessi dovuto lottare per la sopravvivenza. Quasi tutti i giorni il falegname e sua moglie venivano su da me a bere una coppa di vino: tra un sorriso e qualche affettuosa carezza, conversavamo lietamente per delle ore. Il panettiere era un amico: ci incontravamo spesso e, discutendo, cercavamo di appianare le divergenze inevitabilmente suscitate dalla diversità delle fedi. Parlavamo a lungo di dogmi e virtù, ma credo che egli non abbia mai compreso quale realmente fosse la mia religione. Il calderaio invece non riusciva a farsi una ragione del fatto che una femmina così cattiva come Caterina potesse essere mia madre: che io gli dicessi che ella mi ha soltanto generato, senza infondermi alcuna obbrobriosa virtù, era cosa perfettamente inutile. Ho sempre creduto che non si debba esagerare con lattribuire una valenza magica al legame con i propri genitori. Anche se, devo ammetterlo, può sembrare davvero strano che una nemica della violenza, lontana dalle arti mediche e dai cinici ragionamenti della politica qual sono io, sia stata educata, fino ad età avanzata, da una strega assassina, divoratrice di bambini, perfida stratega. Ma tutto ciò non è che lulteriore riprova di come leducazione, nella formazione della nostra personalità, svolga un ruolo assolutamente secondario. Oltre a costoro, cerano decine di servi e garzoni che si curavano, in vece mia, delle più svariate commissioni: il figlio del macellaio portava le uova, il ferraiolo, al ritorno dai suoi viaggi mi informava delle ultime novità da Parigi, qualche contadino seminava gli ortaggi sulla terrazza. Queste persone lavoravano per me, ma non era la paga a trattenerle, né io sentivo di dover loro soltanto denaro. Anche la marchesa e il marchese di Canillac oltre che ottimi ospiti erano eccellenti amici. Ma Madame de Chastillon, la donna che si occupava di me, era la migliore e più intima confidente, sebbene non avesse né un ingegno brillante, né un aspetto particolarmente gradevole. Era suscettibile, emotiva e facilmente irritabile, ma di una bontà e disponibilità infinite. Devo dire che nella mia vita ho sempre amato circondarmi di questo tipo di persone. Forse, mi si potrà accusare di viltà: ma, quella fedeltà viscerale, facilmente riscontrabile negli animali e assai rara negli esseri umani, mi ha sempre attratto in maniera irresistibile. Inizialmente, la vita nel piccolo villaggio mi pareva qualcosa di straordinario. Chi pensava di farmi torto, relegandomi ad Usson, mi aveva invece concesso un privilegio insperato. Alla luce degli eventi successivi, non posso fare a meno di arrossire dellingenuità di allora, ma per un certo tempo fui veramente felice di trovarmi tra fattorie di montagna e recinti di pecore. In questi piccoli centri si conoscono e comprendono meglio gli esseri umani e si impara ad amarli di più. A Parigi, nellassaporare un delicato formaggio, non mi sfiorava neppur lontanamente il pensiero del pastore che lo avesse preparato. Ad Usson invece, non vi era oggetto che non fosse segnato in maniera indelebile dallaffettuoso marchio umano. Tutto esprimeva la simpatia delle persone che entravano e uscivano dalla fortezza. Quando mi capitava di vedere il cestino intrecciato della biancheria, subito il pensiero della donna del vimini, attraversava, non senza dolcezza, la mia mente. Perfino un ciocco di legna o il manico consumato di una marmitta sembravano possedere una storia propria, e questa era impressa per sempre nellusura e nellimprecisione delle loro forme senza pretese di raffinatezza. Ho avuto modo di constatare che tra la gente del popolo cè quellillimitato affetto e rispetto per gli animali, che manca completamente alla buona società francese. Nelle sue visite, il calderaio non dimenticava mai di portare con sé il bel levriero. Se gli offrivo del pane e dei biscotti, ne ravvolgeva sempre una piccola parte in un panno ruvido, con lintento di far partecipe il cane della mia generosità. Ma anche io avevo buoni rapporti con gli animali. Ero stata colta da una vera e propria passione per le due caprette da latte che correvano su e giù per la mia terrazza. Ricordo ancora con tenerezza le zampette adunche e la barbetta bianca della mia Elettra. Spesso mi occupavo io stessa del loro nutrimento e allora le ingozzavo di una quantità indescrivibile di cereali e frutti di ogni genere. Nelle mie passeggiate ero costantemente accompagnata da un dolcissimo cane da caccia. Devo dire però che tra noi non fu mai laffetto e la dedizione conosciute con il bastardino di Chenonceaux: forse la piccola Lotty era ancora troppo giovane per poter comprendere e ricambiare lamore di un essere umano. Ad Usson laria trasuda una profondissima religiosità. Ho sempre prediletto i protestanti, molto più vicini dei cattolici ad un religione equa e imparziale. Negli ugonotti ho potuto riscontrare integrità morale e saldo attaccamento alla verità, congiunti ad un rispetto profondo e sincero verso i propri simili: virtù che di rado sono riuscita a rinvenire nei cattolici. In ogni caso, tra la gente del popolo, anche se non si tratta di riformati, Dio è molto lontano dalla politica. Ogni cosa al villaggio è talmente essenziale, che perfino i rarefatti riti del cristianesimo conservano intatta una loro freschezza primordiale. La piccola cappella della fortezza, come era in origine, mi pareva qualcosa di meraviglioso. Qui lessenzialità sfiorava davvero lindigenza. Era un edificio staccato e parzialmente coperto di rampicanti, cui si accedeva per una breve rampa di scale. La prima impressione per chi la vedesse dallesterno, era quella di un vecchio tempio abbandonato. Le pareti gessate avevano assunto il colore giallastro e lodore stantio del tempo. Ben consapevole della sfuggente ineffabilità dei profumi, non voglio neppure tentare di descrivere le sensazioni che quellolezzo misterioso era in grado di suscitare, ma dico soltanto che non di rado funzionava come scintilla della memoria. Nessun affresco, due acquasantiere trapunte di muschio verde, una sola navata senza archi terminante in una semicupola altrettanto nuda: tale era laspetto generale della chiesetta. Anche le numerose crepe lungo i pilastri, suggerivano silenziosamente limmagine della trascuratezza e dellabbandono. Due piccoli quadri dalle cornici logore davano un leggero sollievo alle pareti laterali. Di contro, le finestre di spesso alabastro, impedivano alla luce solare di rendere accogliente la saletta più interna. Solamente laltare era di conforto al tempio sguarnito. La vista del marmo intarsiato, scolpito con limmagine degli Apostoli provocava tanto nel fedele, quanto nel semplice spettatore, un straordinaria sensazione di piacere. A suo tempo, quella piccola opera darte, di una bellezza così prorompente, mi parve molto fuor di luogo. Non so chi abbia costruito la cappella e laltare. In ogni caso, sotto i bagliori plumbei delle nubi di Alvernia, questo edificio spoglio e trascurato, simile solo ai logori tempi greci, semicoperti di edera, risultava estremamente suggestivo. Nella cappella trascorrevo gran parte del mio tempo. Seduta sui banchi tarlati di pesante castagno, sfogliavo le pagine della Bibbia, alla luce dei tenuissimi ceri giallastri. Ho sempre cercato questo tipo di atmosfere chiaroscurali per sprofondarmi nella lettura. Chi fosse entrato nella cappella di sera, avrebbe trovato un uomo chino sul leggio consunto di un vecchio tavolo da lavoro, con le mani illuminate, e il viso, celato da unombra oscura, immerso in un piccolo alone luminoso guizzante di tanto in tanto in qualche bagliore sinistro della candela. In modo non dissimile dovevano mostrarsi gli infaticabili monaci dei secoli scorsi che, per lurgenza di una consegna, si affrettavano a terminare, nel cuore della notte, le miniature di un vecchio codice. Spesso capitava che trascorressi al tavolo intere notti con Madame Chastillon, trattenuta da qualche passo della Genesi o dalle contorte interpretazioni dellAquinate. Sulluscio di questa chiesetta, la mattina presto attendevamo lalba appena percepibile. Qui mi rifugiavo quando il desiderio di restare assolutamente sola vinceva in me ogni barriera. Ma di giorno, in quello spazio angusto e poco confortevole, mi si manifestava la vasta gamma dei tipi umani ed io imparavo a conoscerne ed apprezzarne la inesauribile varietà, riservando a ciascuno un posto di rilievo nella memoria. Silvia Wagner© 1995 |