I NUTRIMENTI DELLA TERRA
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mio amico Maurice Quillot Ecco i frutti di cui ci nutriamo sulla terra Corano, II, 23 1897 Traduzione di Silvia Wagner©
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 1927 Luglio 1926 Questo manuale di evasione, di liberazione è d’uso che mi ci si rinchiuda. Approfitto della ristampa per proporre ai nuovi lettori qualche riflessione, che mi permetta di ridimensionare la sua importanza, motivandolo e situandolo in una maniera più precisa. 1° I nutrimenti della terra sono il libro se non d’un malato, quantomeno di un convalescente, di uno guarito, ossia, di una persona che è stata malata. C’è nel suo stesso lirismo quell’eccesso di chi abbraccia la vita come qualcosa che stava per perdere; 2° Scrissi questo libro in un momento in cui la letteratura sentiva furiosamente l’artificio e lo conteneva; un momento in cui mi pareva urgente di nuovo toccar terra e posare sul suolo un piede nudo. A qual punto questo libro urtasse il gusto del momento lo dimostra il suo insuccesso totale. Qualche critico non ne parla. In dieci anni se ne sono venduti al più cinquecento esemplari; 3° Scrissi questo libro in un momento in cui, a causa del matrimonio, avevo appena fissato la mia vita; in cui alienavo volontariamente una libertà che il mio libro, opera d’arte, tanto più rivendicava. E nello scriverlo ero, inutile dirlo, assolutamente sincero; ma ugualmente sincero nella smentita del mio cuore; 4° Aggiungo che non pensavo di fermarmi a questo libro. Della condizione incerta e fluttuante che in cui navigavo, ho fissato i tratti come un romanziere fissa i tratti di un eroe che gli rassomiglia, ma che è inventato; e addirittura, oggi, mi pare che questi tratti li ho fissati senza staccarli da me, per così dire, o, se si preferisce, senza staccarmi da loro. 5° Mi si giudica, di solito, dopo questo libro di giovinezza, come se l’etica dei Nutrimenti fosse stata quella di tutta la mia vita, come se, me per primo, non avessi seguito affatto il consiglio che do al mio giovane lettore: «Getta il mio libro e dimmi addio» Sì, ho subito abbandonato quello che ero quando scrivevo I Nutrimenti; al punto che se esamino la mia vita, il tratto dominante che vi ritrovo , ben lungi dall’essere l’incostanza, al contrario è la fedeltà. Quella fedeltà profonda del cuore e del pensiero che io considero estremamente rara. Mi si chiami quelli che, prima di morire, possono veder realizzato quanto si erano proposti di realizzare: prendo posto nelle loro file; 6° Ancora una parola: Alcune persone non sanno vedere in questo libro, o non vogliono vedervi che un glorificazione del desiderio e degli istinti. Mi sembra che questa sia una visione un poco limitata. Per me, allorché lo riapro, è più un’apologia della miseria che vi vedo. E’ questo quello che ho conservato, abbandonando il resto, e, precisamente, quello a cui rimango ancora fedele. Ed è a questo che ho dovuto, come racconterò in seguito, rialla cciare più tardi la dottrina del Vangelo, per trovare nell’oblio di sé la realizzazione di sé, la più perfetta, la più alta esigenza, e la più illimitata possibilità di felicità. «Che il mio libro ti insegni ad interessarti a te più che a lui stesso - poi, a tutto il resto più che a te.» Ecco quello che potevi leggere nella prefazione e nelle ultime frasi dei Nutrimenti. Perché mi costringi a ripeterlo? A. G. Non fraintendere, Nathanaël, il titolo brutale che ho voluto dare a questo libro; avrei potuto intitolarlo Ménalque, ma Ménalque, esattamente come te, non è mai esistito. Il solo nome d’uomo di cui questo libro avrebbe potuto fregiarsi è il mio; ma allora come avrei potuto firmarlo? Io mi ci sono messo senza affettazione, seza pudore; e se talvolta vi parlo di paesi che non ho mai visto, di profumi che non ho respirato, di azioni che non ho commesso - o di te, mio Nathanaël, che non ho ancora rincontrato -, ciò non è è per ipocrisia, e queste cose non sono più menzognere che il tuo nome, Nathanaël che mi leggerai, che io ti do, ignorando il tuo da venire. E quando m’avrai letto, getta questo libro e esci. Vorrei che t’avesse suscitato il desiderio di uscire - uscire da qualsiasi posto, dalla tua città, dalla tua famiglia, dalla tua camera, dai tuoi pensieri. E non portare con te il mio libro. Se fossi stato Ménalque, per condurti t’avrei preso la mano destra, ma la tua sinistra l’avrei ignorata, e quella mano serrata, piuttosto, l’avrei lasciata, appena fossi stato lontano dalla città, e t’avrei detto: dimenticami. Che il mio libro ti insegni ad interessarti a te più che a lui stesso - poi, a tutto il resto più che a te. LIBRO PRIMO La pigra felicità che ha sonnecchiato tanto a lungo in me si sveglia Hafiz. I Non sperare, Nathanaël, di trovare Dio in altro posto che dappertutto. Ogni creatura è indice di Dio, nessuna lo rivela. Non appena il nostro sguardo si posa su una creatura, essa ci distoglie da Dio. Mentre altri pubblicano o lavorano, io al contrario, ho trascorso tre anni in viaggio per dimenticare tutto cio’ che avevo appreso con la mente. Questa disistruzione è stata lenta e difficile; più utile di tutte le istruzioni imposte dagli uomini, è stata per me l’autentico inizio di una educazione. Tu non hai idea di quanto sforzo ci sia costato imparare ad interessarci alla vita; ma una volta che essa ci abbia interessati, ciò sarà, come per tutte le cose - appassionatamente. Castigavo allegramente la mia carne, provando più voluttà nel castigo che nella colpa - tanto mi inebriavo d’orgoglio all’idea di non commettere semplicemente peccato. Sopprimere in sé l’idea di merito: si cela in essa un grande ostacolo per lo spirito. … L’incertezza delle nostre strade ci tormenta tutta la vita. Che cosa posso dirti? Se ci si pensa bene, è la scelta in sé che ci spaventa: ci spaventa una libertà che non è premessa di un dovere. Si tratta di scegliere una strada in un paese del tutto sconosciuto, dove ciascuno fa la sua scoperta e, intendi bene, non la fa che per sé; tale che la traccia più incerta nell’Africa sperduta è meno dubbiosa… I boschi ombrosi ci attirano; i miraggi di fonti non ancora disseccate… Ma piuttosto, le fonti saranno dove i nostri desideri le faranno scorrere; poiché il paese non esiste che nella misura in cui la nostra forma gli si avvicina, e il paesaggio intorno, a poco a poco, si dispone dinanzi al nostro cammino; e noi non vediamo al di là dell’orizzonte; né quanto è presso di noi è più che un’apparenza secondaria e modificabile. Ma che bisogno c’è di comparazioni in una materia tanto grave? Tutti crediamo di dover scoprire Dio. Ma non sappiamo, aihmé, in attesa di trovarlo, dove dobbiamo indirizzare le nostre preghiere. Poi, da ultimo, ci si dice che è dappertutto, dovunque, e allora si inizia ad inginocchiarsi a casaccio. E tu, Nathanaël, sarai come chi seguirà, per orientarsi, la luce che egli stesso tiene in mano. Dovunque voglia dirigerti, non puoi incontrare che Dio. Dio, diceva Ménalque: è ciò che ci sta davanti. Nathanaël, tu guarderai tutto di sfuggita e non ti fermerai da nessuna parte. Devi cercare di capire che solo Dio non è provvisorio. Che l’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata. Tutte le conoscenze che ti sembrano dentro di teseparate, resteranno separate da te per tutti i secoli dei secoli. Perché attribuisci loro tanta importanza? C’è beneficio nei desideri e beneficio nella sazietà dei desideri - perché essi ne sono accresciuti. Poiché, in verità ti dico Nathanaël, ciascun desiderio m’ha arricchito ben più che il semplice possesso, sempre illusorio, dell’oggetto stesso del mio desiderio. Per molte cose piacevoli, Nathanaël, mi sono consumato d’amore. Ed il loro splendore dipendeva dal fatto che io ardevo senza sosta per esse. Non potevo staccarmene. Il mio fervore era per me un logorio d’amore, un delizioso logorio. Eretico tra gli eretici, sempre mi attirano le opinioni scartate, le deviazioni estreme del pensiero, le divergenze. Ogni spirito non mi interessa che per ciò che lo rende differente dagli altri. Sono arrivato a bandire da me la simpatia, non vedendovi altro che il riconoscimento di una emozione comune. Non la simpatia, Nathanaël, l’amore. Agire senza giudicare se l’azione è buona o cattiva. Amare senza preoccuparsi se è bene o se è male. Nathanaël, io ti insegno il fervore. Un’esistenza patetica, Nathanaël, piuttosto che la tranquillità. Non ti auguro altro riposo che quello del sonno della morte. Ho paura che tutti i desideri, tutte le energie che non avrò consumato durante la mia vita, mi sopravviveranno per tormentarmi. Spero, dopo aver espresso su questa terra tutto ciò che attendeva in me, soddisfatto, di morire completamente disperato. Non la simpatia, Nathanaël, l’amore. Capisci bene che non è la stessa cosa. E’ per paura di una perdita d’amore che talvolta ho potuto guardare con simpatia a tristezze, noie, dolori che altrimenti avrei a malapena tollerato. Lasciare a ciascuno la cura della propria vita. (Oggi non posso scrivere a causa di una ruota che gira nel granaio. L’ho vista ieri; batteva la colza. La pula si sollevava; il grano rotolava a terra. La polvere era soffocante. Una donna girava la mola. Due bei ragazzi, a piedi nudi, raccoglievano il grano. Piango perché non ho altro da dire. So bene che non ci si mette a scrivere quando non si ha niente altro da dire che questo. Nondimeno ho scritto e scriverò ancora altre cose sullo stesso soggetto.) * Nathanaël, mi piacerebbe trasmetterti una gioia che nessun altro finora t’ha saputo trasmettere. Non so in che modo provarmici, tuttavia, so che io la posseggo, questa gioia. Vorrei arrivare, a quell’ora della notte, quando tu avrai aperto e poi chiuso un libro dopo l’altro, cercando in ognuno più di quanto esso non t’abbia ancora rivelato; quando ancora attendi; quando il tuo fervore è prossimo a divenire tristezza, di non sentirsi sostenuto. Io non scrivo che per te; non ti scrivo che per queste ore. Vorrei scrivere un libro tale che in esso tutti i pensieri, tutte le emozioni personali ti sembrassero assenti, tanto da farti credere di trovarti di fronte alla proiezione del tuo proprio fervore. Io vorrei avvicinarmi a te perché tu mi ami. La malinconia è la ricaduta del fervore. Ogni essere è capace di nudità, ogni emozione di pienezza. Le mie emozioni si sono dischiuse come una religione. Puoi capire questo: ogni sensazione ha una presenza infinita. Nathanaël, io ti insegnerò il fervore. I nostri atti ci sono attaccati come la luminosità al fosforo. Essi ci consumano, è vero, ma costituiscono pure il nostro splendore. E se la nostra anima ha avuto qualche valore, è perché ha bruciato più ardentemente di altre. Io vi ho visti, immensi campi bagnati del chiarore dell’alba; laghi blu, io mi sono immerso nei vostri flutti - e che ogni carezza frizzante dell’aria m’ha fatto sorridere, ebbene, non tralascerò di riferirtelo, Nathanaël. Io ti insegno il fervore. Se avessi conosciuto cose più belle, te le avrei dette - quelle, certo, e non altre. Tu non mi hai insegnato la saggezza, Ménalque. Non la saggezza, ma l’amore. Io ebbi verso Ménalque più che semplice amicizia, Nathanaël, e poco meno che amore. L’ho amato come un fratello. Ménalque è pericoloso; abbine timore; lui fa paura ai saggi, ma non ai fanciulli. Insegna loro a non amare più soltanto la propria famiglia, anzi, ad abbandonarla lentamente; ammala i loro cuori del desiderio di agri frutti, li rende selvaggi e inquieti di uno strano amore. Ah! Ménalque, con te avrei voluto correre ancora su altre strade. Ma tu detestavi ogni forma di debolezza e pretendevi di insegnarmi ad abbandonarti. In ciascun uomo vi sono strane possibilità. Il presente sarebbe pieno di tutto l’avvenire, se il passato non vi proiettasse già una storia. Ma, ahimé! un unico passato propone un unico avvenire - lo proietta davanti a noi come un ponte infinito nello spazio. Non si è sicuri di non fare mai ciò che si è incapaci di comprendere. Comprendere è sentirsi capaci di fare. ASSUMERE QUANTA PIU’ UMANITA’ POSSIBILE, ecco la formula buona. Forme diverse della vita; m’appariste tutte belle. (Quello che t’ho detto pocanzi è quanto ha detto a me Ménalque). Spero bene di aver conosciuto tutte le passioni e tutti i vizi; senonaltro li ho favoriti. Mi sono sprofondato con tutto il mio essere in tutti i credo; certe sere sono stato talmente folle d’aver quasi creduto all’anima, tanto essa mi pareva sul punto di fuggirsene dal mio corpo, - mi ha detto ancora Ménalque. E la nostra vita ci starà davanti come quel bicchiere d’acqua ghiacciata, quel bicchiere umido, sostenuto dalle mani di un febbricitante, che vuole bere e beve tutto di un fiato, sapendo bene che invece dovrebbe attendere, e non riesce ad allontanare il piacevole bicchiere dalle sue labbra, tanto è fresca l’acqua, tanto lo asseta l’arsura della febbre. II Ah! Come ho respirato, allora, l’aria fredda della notte, ah! finestre! e tanto i raggi pallidi, per la foschia, colavano dalla luna come da sorgenti, che pareva di bere. Ah! finestre! talvolta la mia fronte è venuta a rinfrescarsi ai vostri vetri, e talvolta i miei desideri, allorché io fuggivo via dal mio letto in fiamme verso il balcone, a contemplare l’immensa tranquillità del cielo, si sono dissolti come bruma. Febbre dei giorni passati, eravate per la mia carne un logorio mortale; ma quanto rapidamente si consuma l’anima quando niente la distrae più da Dio! Spaventosa era la fissità della mia adorazione; io mi ci smarrivo completamente. Tu inseguirai ancora a lungo, mi dice Ménalque, l’impossibile felicità dell’anima. I primi giorni trascorsi di dubbia estasi - ma prima di aver rincontrato Ménalque - sono stati un periodo di attesa inquieta, è stato come attraversare una palude. Io sprofondavo in questo stato di sonnolenta prostrazione, né il sonno bastava a guarirmi. Andavo a letto dopo mangiato; dormivo, mi risvegliavo più stanco che mai, lo spirito come intorpidito da una metamorfosi. Oscure operazioni dell’essere; latente lavorio, genesi di ignoto, parti laboriosi; sonnolenza, attesa; dormivo come dormono le crisalidi e le ninfe; lasciavo che si formasse in me il nuovo essere che sarei stato io e che non mi avrebbe già più rassomigliato. Tutte le luci mi giungevano come attraverso strati di acque verdi, attraverso foglie e rami; percezioni confuse, indolenti, simili a quelle dell’ebbrezza e del grande stordimento. Ah! Che venga finalmente, supplicavo, la crisi acuta, la malattia, il dolore vivo! E il mio cervello gareggiava con i cieli in tempesta, carichi di pesanti nubi, dove si inspira a pieni polmoni, dove si attende il lampo che squarci in un istante l’otre fuliginoso, pieno di un umore denso che confonde l’azzurro. Quanto durerai, attesa? E una volta finita, ci resterà di che vivere? - Attesa! attesa di che cosa! gridavo. Che cosa può avvenire se non ciò che nasce da noi stessi? E che cosa che non si conosca già? La nascita di Abele, i miei fidanzamenti, la morte di Eric, lo sconvolgimento della mia vita, lungi dal porre fine a questa apatia, sembrerebbero precipitarmici ancor più, tanto ho l’impressione che il torpore derivi dalla complessità dei miei stessi pensieri, e della indecisione della mia volontà. Avrei voluto dormire, in eterno, nell’abbraccio della terra umida, come vegetazione. Talvolta mi dicevo che la voluttà sarebbe venuta a capo della mia pena, e allora cercavo nello sfinimento della carne una liberazione dello spirito. Poi di nuovo, dormivo per lunghe ore, come fanno i bambini piccoli che si coricano durante il giorno, nella casa indaffarata, assopiti dal calore. Poi ritornavo in me, da molto lontano, in un bagno di sudore, col cuore impazzito e la testa sonnolenta. La luce che, di sotto, filtrava tra le fessure delle imposte serrate e proiettava sul soffitto bianco i riflessi verdi del prato, questo chiarore della sera è stato per me l’unica cosa piacevole, come il chiarore, che pare dolce e affascinante, filtrato dalle foglie e dalle acque, tremolante, sul limitar delle spelonche, a chi si è sentito a lungo avvolto dalle loro tenebre. I rumori della casa li percepivo vagamente. Rinascevo lentamente alla vita. Mi lavavo con l’acqua tiepida e mi dirigevo pieno di noia alla pianura, fino a quella panca del giardino dove senza far niente attendevo che venisse la sera. Per parlare, per ascoltare, per scrivere ero sempre troppo stanco. Leggevo: [The Exile’s song] … Vede davanti a lui Le strade deserte, Gli uccelli del mare che si tuffano Distendendo le loro ali… Bisogna che io abiti qui… … Mi si costringa a dimorare Sotto il fogliame del bosco, Sotto le querce, nelle caverne sotterranee. Fredda è questa casa di terra; Sono tanto stanco. Oscuri sono i valloni E alte le colline, Triste recinto di rami coperto di rovi, - Soggiorno senza gioia. Il sentimento di una pienezza di vita, possibile, ma non ancora ottenuta, talvolta, si lascia intravvedere, poi ritorna ancora, sempre più ossessivo. Ah! Che s’apra, finalmente, uno squarcio di giorno, gridavo, e che risplenda nel mezzo di questo perpetuo conflitto! Pareva che tutto il mio essere avesse come un immenso bisogno di ritemprarsi nel nuovo. Mi aspettavo una seconda fanciullezza. Ah! restituire ai miei occhi una visione nuova, lavar via da loro la sporcizia dei libri, renderli più simili all’azzurro che essi vengono rimirando - oggi completamente rischiarati dalle recenti piogge… Caddi malato; viaggiai, rincontrai Ménalque, e la mia meravigliosa convalescenza fu come una palingenesi. Rinacqui con un essere nuovo, sotto un cielo nuovo, in mezzo a cose completamente rinnovate. III Nathanaël, io ti parlerò delle attese. Ho visto la pianura, durante l’estate, in attesa; in attesa di un poco di pioggia. La polvere delle strade era divenuta troppo leggera e bastava un soffio a sollevarla. Non era neanche più un desiderio; era una preoccupazione. La terra si fendeva in crepe di siccità come per prepararsi ad accogliere più acqua. I profumi dei fiori della landa divenivano quasi intollerabili. Sotto il sole tutto si confondeva. Tutti i pomeriggi andavamo a riposarci sotto la terrazza, al riparo dalla straordinaria esplosione del giorno. Era il tempo in cui gli alberi di conifere, carichi di pollini, agitavano agili i loro rami per propagare lontano la loro fecondazione. Il cielo era carico di tempesta e tutta la natura in attesa. L’istante era di una solennità troppo opprimente, e anche gli uccelli se ne stavano taciti. Si levò dalla terra un soffio così ardente che tutte le cose sembrarono venir meno; il polline delle conifere si staccò dai rami come una nuvola d’oro. - Poi venne la pioggia. Ho visto il cielo fremere in attesa dell’alba. Una ad una scoloravano le stelle. Tutto intorno era inondato di rugiada; l’aria non riceva che poche gelide carezze. Sembrò, per qualche istante, che indistintamente la vita volesse indugiarsi nel sonno, e che la mia mente, ancora affaticata, venisse riempendosi di torpore. Salii fino al margine del bosco; sedetti; tutti gli animali ripresero le loro attività e la loro gioia nella ormai certa convinzione che il giorno non avrebbe tardato, e il mistero della vita ricominciò a diffondersi in ogni canaletto delle foglie. - Poi venne il giorno. Ho visto altre aurore ancora. - Ho visto l’attesa della notte… Nathanaël, che tutte le attese, in te, non siano vere aspettative, ma semplicemente un predisporsi ad accogliere. Si pronto ad accogliere tutto ciò che viene; ma non desiderare che esso venga a te. Non desiderare più di quello che hai. Devi capire che in ogni istante del giorno puoi possedere Dio nella sua totalità. Che il tuo sia desiderio d’amore, e che il tuo possesso sia sensuale. Poiché a che cosa giova un desiderio inefficace? E che! Nathanaël, possiedi Dio e non te ne accorgi! Possedere Dio, significa vederlo; pur senza guardarlo. Alla curva del sentiero, Balaam, non hai visto Dio, prima che la tua anima s’arrestasse? perché tu te l’immagini altrimenti. Nathanaël, non c’è Dio che si possa attendere. Attendere Dio, Nathanaël, significa non voler capire che lo si possiede già. Non fare distinzioni tra Dio e la tua felicità e riponi tutta la tua felicità nel momento presente. Ho portato tutto il mio bene dentro di me, come le donne del pallido Oriente, portano su di sé tutto il loro destino. In ogni breve istante della mia vita, ho potuto sentire in me la totalità del mio bene. E ciò, non per una somma di beatitudini particolari, bensì per la mia adorazione univoca. Ho costantemente relegato tutto il mio bene in ciò che è in mio potere. Guarda la sera come se il giorno dovesse morire in essa; e il mattino come se tutte le cose vi nascessero. Che la tua visione si rinnovi ad ogni istante. Il saggio è colui che si meraviglia di ogni cosa. Tutte le difficoltà della tua mente derivano, o Nathanaël, dalla molteplicità dei tuoi beni. Tu stesso ignori quale tra tutti ti sia più caro e t’ostini a non capire che l’unico bene è la vita. Il più breve attimo di vita è più forte della morte, e la nega. La morte non è che l’autorizzazione ad altre vite, perché tutto possa rinnovarsi senza sosta; affinché nessuna forma di vita detenga la vita più a lungo di quanto non le sia necessario a dirsi. Felice l’istante in cui la tua parola si arresta. Per il resto del tempo, ascolta; ma quando parli, smetti di ascoltare. E’ necessario, Nathanaël, che tu bruci in te tutti i libri. CAROLA PER ADORARE CIO’ CHE HO BRUCIATO Vi sono libri che si leggono, seduti su un banchetto davanti ad un leggio di scolaro. Vi sono libri che si leggono in passeggiata (E questo anche a causa del loro formato); Alcuni sono per i boschi, altri per le campagne, Et nobiscum rusticantur, dice Cicerone. Ve ne sono di quelli che io lessi con diligenza; Altri, disteso nel fieno in fondo al granaio. Ve ne sono di quelli per far credere che si ha un’anima; Altri per la disperazione. Ve ne sono di quelli che provano l’esistenza di Dio; Altri che dimostrano che non vi si può arrivare. Ve ne sono di quelli che non si saprebbe ammettere Che nelle biblioteche private. Ve ne sono di quelli che hanno ricevuto gli elogi Di molti critici autorizzati. Ve sono di quelli in cui non si parla che d’apicultura E alcuni li trovano un poco speciosi; Altri in cui si parla tanto diffusamente della natura, Che dopo averli letti non vale più la pena di passeggiare. Ve sono di quelli che gli uomini saggi dispregiano, Ma che eccitano i bambini piccoli. Ve ne sono di quelli che si chiamano antologie Nei quali è stato messo tutto ciò che di meglio si è detto su qualsiasi cosa. Ve ne sono di quelli che vorrebbero farvi amare la vita; Altri dopo i quali l’autore s’è suicidato. Ve ne sono di quelli che seminano l’odio E raccolgono quello che hanno seminato. Ve ne sono di quelli che, quando li si legge, sembrano rifulgere Carichi d’estasi, deliziosi d’umiltà. Ve ne sono di quelli che si amano come fratelli Più puri e che hanno vissuto meglio di noi. Ve ne sono di quelli in scritture staordinarie E che non si riesce a comprendere, neppure quando li si è molto studiati. Nathanaël, quand’è che riusciremo a bruciare tutti i libri! Ve ne sono di quelli da quattro soldi, Altri che valgono prezzi considerevoli. Ve ne sono di quelli che parlano di re e di regine, E altri, che parlano di gente poverissima. Ve ne sono di quelli le cui parole sono più dolci Del mormorio delle foglie a mezzogiorno. C’è un libro che Jean a Patmos mangiò Come un topo; ma a me piacciono di più i lamponi. E gli ha riempito le viscere d’amaro Dopo di che ha avuto molte visioni. Nathanaël, quand’è che riusciremo a bruciare tutti i libri! Non mi basta leggere che la sabbia delle spiagge è dolce; io voglio che i miei piedi nudi lo sentano… Tutte le conoscenze che non siano precedute da una sensazione, mi sono inutili. A questo mondo non ho posato lo sguardo su una sola cosa che fosse dolce e leggiadra, senza desiderare immediatamente di toccarla con tutta la mia tenerezza. Sensuale bellezza della terra, il rigoglio della tua superficie è qualcosa di meraviglioso. O paesaggi, dove il mio desiderio si sprofonda! Paesi sterminati, dove la mia ricerca si sollazza; viali di papiro che si richiude sull’acqua; canne ricurve sulla riviera; spalanchi di radure; visione della pianura, della promessa sconfinata, attraverso una feritoia nella ramaglia. Ho passeggiato nei colori di rocce e piante. Ho visto il dispiegarsi delle primavere. VOLUBILITA’ DEI FENOMENI. Da quel giorno, ogni istante della mia vita ebbe per me il sapore di novità di un dono assolutamente ineffabile. Sicché vissi in uno stato quasi permanente di appassionata meraviglia. Arrivavo prestissimo all’ubriachezza e mi piaceva dimorare in una sorta di stordimento. Certamente, la risata che ho trovato sulle mie labbra, l’ho voluta consumare; il sangue sulle guance, le lacrime sugli occhi, li ho voluti bere; ho voluto mordere la polpa di tutti i frutti che, dai rami, penzolavano verso di me. Presso ogni locanda ero preso da una fame; davanti ad ogni sorgente m’aspettava una sete - una sete davanti ad ognuna di esse, particolare; - e avrei voluto altre parole per designare i miei desideri diversi di cammino, laddove s’aprisse una strada; di riposo; laddove l’ombra mi invitasse; di nuoto, sul margine di acque profonde; d’amore o di sonno davanti ad ogni letto. Ho portato la mia mano su tutte le cose, arditamente, e ho avanzato pretese su ogni oggetto dei miei desideri. (E d’altronde, quello che ci auguriamo, Nathanaël, non è tanto il possesso, quanto l’amore.) Davanti a me, ah!, che tutto si faccia iridescente; che tutta la bellezza si rivesta e si irradi dal mio amore.
Nutrimenti! V’aspetto, nutrimenti! La mia fame non sfumerà a metà strada. Si tacerà solo se soddisfatta. Le morali non saprebbero venirne a capo . Che di privazioni non ho mai potuto nutrire altro che la mia anima. Soddisfazioni! v’inseguo. Siete belle come aurore estive. Sorgenti, di sera più delicate, deliziose a mezzogiorno; gelide acque mattutine; soffi sull’orlo delle onde; golfi ingombri d’alberi maestri; tepore delle rive cadenzate… Oh! Vi fossero altre strade per la pianura, l’afa di mezzogiorno; beveraggi di campi, e per la notte il cavo della mola; vi fossero strade per l’oriente; scie sugli amati mari; giardini a Mossoul; danze a Touggourt; canti di pastori in Elvezia; vi fossero strade per il nord; fiere di Nijni; slitte sollevano la neve; laghi ghiacciati; certamente, i nostri desideri, Nathanaël, non s’annoierebbero. Alcuni battelli sono venuti ai nostri porti a portare i frutti maturi di remote regioni. Alleggeriteli del loro carico, suvvia, perché noi si possa finalmente assaporare. Nutrimenti! V’aspetto, nutrimenti! Soddisfazioni, v’inseguo; Siete belle come il sorriso estivo. So bene di non avere un solo desiderio Che non abbia già la sua risposta pronta. Ognuno dei miei appetiti aspetta la sua ricompensa. Nutrimenti! V’aspetto, nutrimenti! Vi cerco per tutto l’universo, Soddisfazioni dei miei desideri. * Ah Nathanaël! la mia fame è quanto di meglio ho conosciuto sulla terra. M’è sempre stata fedele. A tutto ciò che l’aspettava. E’ di questo vino che si inebria l’usignolo? Di latte, l’aquila? e non di ginepro i tordi? L’aquila s’inebria del suo volo. L’usignolo s’ubriaca delle notti d’estate. La pianura trepida per il calore. Nathanaël, che tutte le emozioni sappiano divenire per te ebrezza. E se ciò che mangi non t’inebria, vuol dire che non hai fame abbastanza. Ogni azione perfetta s’accompagna alla voluttà. E da questo capisci se la devi compiere. Non mi piacciono affatto quelli che si vantano d’aver agito contro voglia. Dal momento che se non volevano, avrebbero fatto meglio a fare qualcosa altro. La gioia che si prova nello svolgerlo è il segno che un lavoro ci è congeniale e la sincerità del mio piacere, Nathanaël, è la mia prima guida. So di quanta brama di voluttà è capace il mio corpo ogni giorno e quanta ne sopporta la mia mente. E poi comincia il mio sonno. Terra e cielo non mi servono a nient’altro più. * Vi sono malattie stravaganti. Che consistono nel volere ciò che non si ha. - Anche noi, dissero, anche noi abbiamo sentito il lamento di noia della nostra anima! Dalla caverna di Adullam, anche tu, Davide, sospiravi, per l’acqua delle cisterne: - Oh! chi mi porterà l’acqua fresca che zampilla dalle radici dei muri di Betlemme. Da bambino, mi ci dissetavo, ma è subito prigioniera, l’acqua che la mia febbre desidera. Non sperare mai, Nathanaël, di dissetarti di nuovo con l’acqua del passato. Nathanaël, in avvenire, non tentare mai di ritrovare il passato. Cogli la novità irripetibile di ogni istante e non programmare le tue gioie, o sappi che al posto di quella apparecchiata ti sorprenderà una gioia altra. Non hai capito, dunque, che la felicità è casuale e ti si presenta, ad ogni istante sulla tua strada come un mendicante. Peggio per te se dici che la tua felicità è morta perché non avevi sognato uguale a quella la tua felicità - che tu non le permetti di conformarsi ai tuoi principi e alle tue speranze. Il sogno di domani è una gioia, ma la gioia di domani è un’altra, e per niente felicemente rassomiglia ai sogni che se ne è fatti; poiché le cose valgono differentemente l’una dall’altra. - Non mi piace che mi diciate: vieni, la tal gioia t’aspetta; mi piacciono le gioie casuali, e quelle che la mia voce sa far sgorgare dalla roccia; esse scorreranno anche per noi, nuove e forti come i vini nuovi che traboccano dal frantoio. Non mi piace che la mia gioia sia preparata, né che la Sulamita attraversi delle stanze; per poterla abbracciare mi basta non detergere dalla mia bocca le macchie che i grappoli vi hanno lasciato; dopo i baci, ho bevuto vino dolce senza aver rinfrescato la mia bocca; e ho mangiato miele d’alveare con la sua cera. Nathanaël, non programmare nessuna delle tue gioie. * Quando non puoi dire: tanto meglio, dì tanto peggio. Qui sono grandi promesse di felicità. Vi sono quelli che guardano agli istanti di felicità come a doni divini - e quelli che li considerano doni di Chi altro?… Nathanaël, non distingere Dio dalla tua felicità. «Io non posso essere riconoscente a «Dio» di avermi creato più di quanto non potrei volergliene di non essere, - se non fossi. » Nathanaël, non bisogna parlare di Dio che con naturalezza. Quello che voglio è che l’esistenza, una volta accettata, quella della terra e dell’uomo e mia, paresse naturale, ma ciò che confonde la mia intelligenza, è lo stupore di rendermene conto. Certamente, mi sono composto anche dei cantici e ho scritto la CAROLA DELLE BELLE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO Nathanaël, io ti insegnerò che i più bei movimenti poetici sono quelli sulle mille e uno prove dell’esistenza di Dio. Tu capisci, non è vero, che non si tratta di ridirle in questa sede, né soprattutto di ridirle semplicemente - e poi ve ne sono di quelle che non dimostrano che l’esistenza - ma quello di cui noi abbiamo bisogno è anche la sua PERMANÉITÉ. So bene, ah! sì, che c’è l’argomentazione di Sant’Anselmo, E l’apologo delle perfette isole Fortunate, Ma aimé! aimé, Nathanaël, non può abitarvi ogni cosa. So che c’è il consenso del pù gran numero, Ma tu immaginati nel piccolo numero degli eletti. C’è sì la prova del due più due fa quattro, Ma, Nathanaël, ma pure non tutto sa far di conto. C’è la prova del primo motore, Ma c’è chi viene ancora prima di quello. E’ veramente increscioso che noi non ci si sia trovati lì. Avremmo assistito alla creazione dell’uomo e della donna; Al loro stupore di non esser stati neonati; Avremmo visto i cedri di Elbrouz stanchi di esser nati già secolari Su montagne già erose dalle acque. Nathanaël, esserci stati a quell’aurora! Quale pigrizia ci ha impedito di levarci? Forse che tu non chiedevi di vivere? Ah! io lo chiedevo certamente… Ma allora, lo spirito di Dio cominciava appena a risvegliarsi dal suo sonno fuori dal tempo, sulle acque. Se fossi stato lì, Nathanaël, gli avrei domandato di fare tutto un poco più grande; e non venirmi a dire, tu, che allora niente se ne sarebbe accorto.* C’è la prova delle cause finali. Ma nessuna di essi trova che il fine giustifica i mezzi. Ve ne sono di quelle che dimostrano Dio in virtù dell’amore che si sente per Lui. Ecco perché, Nathanaël, chiamo Dio tutto ciò che amo, e m’ostino a voler amare tutto. Non temere che ti includa; d’altronde, non è da te che ho cominciato; ho sempre preferito di gran lunga le cose agli uomini e essi non potrò mai considerarli come ciò che amo più di tutto sulla terra. Poiché non lasciarti ingannare, Nathanaël: ciò che ho di più forte in me non è certo la bontà, né ciò che ho di meglio, credo; e non è più la bontà che stimo più d’ogni altra cosa negli uomini. Nathanaël, preferisci loro il tuo Dio. Anch’io ho saputo lodare Dio, ho intonato cantici per Lui, - e credo, così facendo, d’averlo talvolta un po’ troppo esaltato. * Tanto ti compiaci di ciò, mi dice, da voler perfino costruire sistemi? - Niente mi compiace più di un’etica, mi risponde, di cui possa contentare lo spirito. Non v’è una gioa di cui io possa godere che non gli sia connessa. - Questo te l’accresce? - No, dico, me la rende legittima.» Certamente, ciò m’è piaciuto ben più di una dottrina e in grado di giustificare a me stesso le mie azioni come un sistema completo di pensieri ordinati; ma talvolta ho dovuto ritenerlo nient’altro che il riparo dei sensi. * Tutte le cose avvengono al momento giusto; ciascuna nasce dal suo bisogno e, per così dire, non è altro che un bisogno esteriorizzato. Avevo bisogno di un polmone, m’ha detto l’albero: allora la mia linfa è divenuta foglia, perché vi potessi respirare. Poi quand’ebbi respirato, la mia foglia è caduta, ma io non ne sono morto. Il mio frutto contiene tutto ciò che penso della vita. Nathanaël, non temere che io voglia abusare dell’apologo, perché non approvo molto questa forma. Io non voglio insegnarti altra saggezza che la vita. Poiché è una gran preoccupazione a cui pensare. Mi sono affannato, quand’ero giovane, a inseguire gli strascichi dei miei atti e solo a costo di non agir più ero sicuro di non peccare. Poi scrissi: solo all’irrimediabile avvelenamento dell’anima devo la salute della mia carne. Dopodiché non compresi più nulla di quanto con ciò avessi voluto dire. Nathanaël, io non credo più al peccato. Ma comprenderai che è a prezzo di molta gioia che s’acquista un qualche diritto al pensiero. L’uomo che si ritiene felice e pensa, quello potrà chiamarsi veramente forte. * Nathanaël, l’infelicità delle persone deriva dal fatto che è sempre la persona che guarda e subordina a sé ciò che vede. Non è per noi, ma per sé che una cosa è importante. Che il tuo occhio sia la cosa guardata. Nathanaël! non posso più cominciare un verso senza che il tuo nome delizioso vi ritorni. Nathanaël, vorrei farti nascere alla vita. Nathanaël, riesci a comprendere quanto vi sia di patetico nelle mie parole? Vorrei venirti ancora più vicino. E come Eliso sul figlio della Sulamita per resuscitarlo - «si distendeva la bocca sulla sua bocca, gli occhi sui suoi occhi e le mani sulle sue mani» il mio gran cuore raggiante di fronte alla tua anima ancora tenebrosa, mi distendo su tutto te stesso, la mia bocca sulla tua bocca, la mia fronte sulla tua fronte, le tue mani fredde nelle mie mani ardenti, e il mio cuore palpitante… («E la carne del bambino si riscaldò», è scritto…) perché la voluttà possa risvegliarti - e poi mi abbandoni - per una vita palpitante e sregolata. Nathanaël, ecco tutto il calore della mia anima - prendilo. Nathanaël, io voglio insegnarti il fervore. Poiché, Nathanaël, non fermarti vicino a ciò che ti rassomiglia; non fermarti mai, Nathanaël. Non appena l’ambiente circostante ha preso le tue sembianze, o tu ti sei fatto simile ad esso, esso non è più vantaggioso per te. Bisogna che lo abbandoni. Niente è più pericoloso per te della tua famiglia, della tua stanza, del tuo passato. Non prender altro di una cosa che l’insegnamento che essa ti apporta; e che la voluttà che ne sgorga la prosciughi. Nathanaël, io ti parlerò degli istanti. Hai compreso quanto forte è la loro presenza? Il pensiero abbastanza costante della morte non ha saputo dar valore al più breve istante della tua vita. E non capisci che l’istante non acquisterà nessun meraviglioso splendore, se non si staglierà sullo sfondo nero della morte? Io cercherei di non far più niente se mi fosse detto, se mi fosse provato che ho tutto il tempo per farlo. Mi riposerei prima di cominciare qualcosa, avendo tempo di fare anche tutto il resto. Farei solamente cose insignificanti se non sapessi che questo modo di vita deve finire - e che me ne riposerò, avendolo vissuto, d’un sonno un poco più profondo, un poco più carico d’oblio di quello delle notti qualsiasi. * E presi l’abitudine di distinguere ogni istante della mia vita, per una totalità di gioia, isolataper concentrarvi immediatamente una particolarità di felicità; di modo che io non mi riconoscevo più dai ricordi più recenti. V’è un grande piacere nel poter già affermare ogni cosa semplicemente: Il frutto della palma si chiama dattero ed è un cibo delizioso. Il vino della palma si chiama lagmy ed è la fermentazione della sua linfa; gli arabi se ne ubriacano mentre a me non piace molto. E’ una coppa di lagmy che m’offri un pastore cabilo nei bei giardini di Ouardi. Questa mattina, passeggiando, ho trovato, in un viale delle Sources, uno strano fungo. Era inviluppato in una guaina bianca, come un frutto di magnolia rosso arancio, con dei disegni regolari grigio cenere che lasciavano intravvedere una polvere sporaginosa fuoriuscita dall’interno. Io l’aprii; esso era pieno di una materia fangosa, formante in centro una gelatina chiara; ne fuoriusciva un odore nauseabondo. Intorno ad esso, altri funghi più aperti non erano altro che fungosità appiattite come quelle che si vedono sui tronchi dei vecchi alberi. (Ho scritto tutto ciò prima di partire per Tunisi; e te lo trascrivo qui per mostrarti quale importanza assuma per me ogni cosa non appena la guardo.) Honfleur (sulla strada) E in certi momenti mi pare che gli altri intorno a me, non esistano che per accrescere in me il sentimento della mia vita personale. Ieri mi trovavo lì, oggi sono qua; Mio Dio! che cosa mi fanno quelli lì Che cosa dicono, che cosa dicono, che cosa dicono: Ieri mi trovavo lì, oggi sono qua; Io conosco giorni in cui ripetermi che due più due fa quattro è sufficiente a riempirmi di una certa beatitudine - e la sola vista del mio pugno sul tavolo… e altri giorni in cui ciò mi è completamente indifferente. LIBRO TERZO Villa Borghese. In questa vasca… (penombra)… ogni goccia, ogni raggio, ogni essere, si spegneva con voluttà. Voluttà! Questa parola, vorrei ripeterla senza sosta; la vorrei sinonimo di benessere, anzi, che bastasse semplicemente dire essere. Ah! che Dio non abbia creato il mondo semplicemente in vista di essa, è ciò che non arriva a comprendere se non dicendo dentro di sé… etc. C’è un posto di una frescura squisita, dove l’allettamento del sonno è così grande che si ha la sensazione di non averlo conosciuto fino ad allora. E qui, deliziosi nutrimenti aspettavano che avessimo fame di loro.
Adriatico (3 del mattino). Il canti di questi marinai tra il cordame m’importuna. Oh! se sapessi, se sapessi, terra eccessivamente vecchia eppur tanto giovane, che gusto amaro e dolce, quale gusto delizioso ha la breve vita dell’uomo! Se sapessi, eterna idea dell’apparenza, quale valore conferisce all’istante l’attesa imminente della morte! O primavere! le piante che vivono un anno soltanto anno i loro fragili fiori più compressi. L’uomo ha una sola primavera nella vita e il ricordo di una gioia non equivale ad un nuovo accesso di felicità.
Collina di Fiesole. Bella Firenze, città grave di studio, di lusso e di fiori; soprattutto seria; grano di mirto e corona di «agile alloro». Collina di Vincigliata. Qui ho visto per la prima volta le nuvole dissolversi nell’azzurro;me ne meravigliai molto non pensando che, in questo modo, esse potessero essere riassorbite dal cielo, credendo che fino alla pioggia non potessero che resistere e inspessirsi. Ma no: ne vedevo scomparire tutti i fiocchi uno ad uno; - non rimanevanulla all’infuori dell’azzurro. Era una morte meravigliosa; un dissolvimento in pieno cielo.
Roma, Monte Pincio. Ciò che quel giorno mi rese felice, è qualcosa di simile all’amore - ma non l’amore - o almeno, non quello di cui parlano e che cercano gli uomini. - E neppure il sentimento della bellezza. Non proveniva da una donna; e neanche da un pensiero. Scriverò, e tu mi capirai se ti dico ce si trattava della semplice esaltazione della LUCE? Ero seduto in questo giardino; non vedevo il sole; ma l’aria brillava di una luce diffusa come se l’azzuro del cielo divenisse liquido e piovesse. Sì, c’erano davvero onde, correnti di luce; scintille simili a gocce sulla schiuma; sì, davvero, si sarebbe detto che in questo gran viale scorresse la luce, e spume dorate rimanessero sul bordo dei rami nel mezzo di questo scorrimento di raggi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Napoli; piccoli negozi di parrucchiere davanti al mare e al sole. Silvia Wagner© 1995
* «Posso concepire perfettamente un altro mondo, dice Alcide, dove due più due non faccia quattro. - Diamine, sfido io», dice Ménalque. |